Come scrive un copywriter?

Seo CopywritingScrivere di qualcosa significa sottrarlo al regno del silenzio.
E, per questo, occorre più che altro un buon orecchio.

TESTI & CONTESTI ;-D

Alcuni sostengono che occorre “scrivere come si parla”.
Da parte mia preferisco “scrivere come si mangia”.
Perchè? Perchè spesso si parla a sproposito.
Se è per questo si mangia, anche, a sproposito – qualcuno potrebbe obiettare.
Sì, è vero – risponderei allora io. E i risultati infatti si vedono!!!
In realtà è che mi piace molto mangiare e poco parlare.
Ma più di tutto, mi piace scrivere.

TESTO 1. Comunicato stampa di una rassegna culturale a sfondo eno-gastonomico.

PALATO FINE, MENTE SOTTILE.
Arte, paesaggi e salamelecchi.

Se è vero che l’arte è il cibo dell’anima, è altrettanto indiscutibile che il cibo è l’anima del corpo, o meglio: è ciò che anima il corpo.

E se noi siamo quello che mangiamo – così come insegnano non solo le antiche credenze popolari, ma anche i più recenti studi di medicina – allora sarà meglio per noi rifletterci un po’. Magari attorno a una tavola bene imbandita.

D’altra parte ci viene facile, in questo paese ricco di buon cibo, buon vino e, perché no, buone intenzioni.

Da noi l’arte del saper mangiare si lega all’arte del saper vivere, e il gusto spazia dall’intelletto al cuore attraversando tutti e cinque i sensi.

Questa rassegna, dunque, esplorerà il legame particolare che esiste tra la terra – o meglio, le terre – e il cibo che esse producono, e celebrerà il cibo svincolandosi dai confini che separano il corpo d’anima attraverso un unico filo conduttore: il gusto.

Compareremo il cibo – il nostro – con quello di altri paesi, attraverso un viaggio letterario fatto di linguaggi e ricette.
E scopriremo che, laddove l’ecosistema prevede che sia conveniente, si può anche vestirsi di seta e nutrirsi di larve.
E assaggeremo – infine e soprattutto – il cibo, in serate ricche di invenzioni e prelibatezze.
Non ci faremo mancare insomma nulla, perché al palato, così come al cuore, non si comanda.


TESTO 2. Testo critico a catalogo/CD pittorico. Opere di Gerardo Lunatici.

ARKHÉ
La pietra e la polvere.

Ciascuna impronta è il segno di qualcosa – o qualcuno – passato in un dato momento in quel punto esatto.
Presenza che evoca un’assenza, inseguirne le tracce è da sempre un’arte: l’arte del ritrovamento.
Nell’intreccio di queste realtà è avvenuto l’incontro di Lunatici con Arkhé: l’archetipo, il primo segno impresso.
Non dall’uomo: dalla natura stessa.

Un passo avanti, un passo indietro.

Sinopie che il tempo, la gravità e i secoli hanno composto lungo intere ere geologiche, i fossili dipingono il sottosuolo, in un mondo capovolto dove l’abisso è il cielo.
Come seguendo un fiume che corre controcorrente, il fossile intaglia così la sua casa nel tempo, anziché nello spazio.
Incide la pietra, piuttosto che il fango.

Non simulacro, ma ex creatura vivente, ogni fossile diviene icona di se stesso, a incarnare la straordinaria, immanente possibilità di infinite individualità.

Un passo indietro, un passo avanti.

Fossili ritratti in tele grandi. Per creature a volte di pochi centimetri.
Impressi in piccole tavole, per reperti che immaginiamo giganteschi. Come a dire che non la dimensione, conta, bensì la proporzione. La proporzione tra la natura il tempo. Tra il tempo e l’uomo e il suo destino. Segno tangibile, oltre che visibile, di un tempo che fu.

Un balzo.

Sino all’ultimo, quasi sacrilego pensiero: dipingere la polvere che non ritornerà alla polvere.
SEGUE