Pianto d’amore per Nilo.

In memoria di una meravigliosa creatura. Di una grande avventura finita il 13 luglio 2014.


Come una promessa mantenuta, hai esondato nella mia vita, in una piena d’amore e natura.
Ho avuto il privilegio di esserti custode, a mia volta custodita dalla tua bellezza.
Legati in un sortilegio il cui premio era la felicità piena di stare insieme. O anche solo di stare a guardarti.
Respiro oggi la tua assenza.
La misuro.
In un recipiente pieno di lacrime che ogni volta che si svuota si ingrandisce ancor di più, a tradimento.
La misuro nei nei non-gesti.
Non mi alzerò più la mattina per venirti a baciare, e disturbare nel sonno.
Non vedrò più le tue feste rumorose, meravigliose, nel mio tornare a casa.
Non sentirò più il tuo odore, il tuo pelo profumato, di natura intatta.
Non potrò più toccare il tuo corpo vellutato, accarezzare il tuo muso bellissimo, più grande del mio.
Non potrò specchiarmi nei tuoi occhi nocciola, cangianti d’amore.
Non andremo più insieme a passeggio scansando gli altri cani, innervositi dalla tua presenza maestosa, che portava scompiglio e meraviglia ovunque andava.
Non risponderò più alle domande della gente per strada, sempre le stesse. Che bello, sembra un leone. Come si chiama? Quanto pesa? Chissà quanto mangia.
E non terrò più al guinzaglio quella tua forza della natura che riuscivo a governare per un soffio, bontà tua, che se solo avesti voluto…
Mi lasci qui.
Col telefono e i messaggi che arrivano. Con gli amici che si dispiacciono.
Con chi mi capisce e chi no.
Davanti alle tue foto sul mio computer, raccolte in una cartella come il più prezioso degli archivi.
In queste righe che per giorni ho cercato inutilmente di scrivere.
Mi specchio in te, nella tua morte.
Nel tuo respiro ultimo, nella fatica di lasciarti andare, di smettere di toccarti.
Perderti, è stato come il franare del mio cuore nel tuo, che non c’è più.
Il dolore si è aperto, immediato.
In quella scorciatoia segreta e profonda che sapevo già esistere, tra me e te.
E adesso. Che tutto è finito.
Conto e riconto.
I giorni. Gli anni.
Il tempo che passava e scandiva le statistiche più fatali.
Cane di razza gigante, età media 7/8 anni.
Tumore aggressivo, aspettativa di vita non oltre i 2/3 mesi.
Durata dei corpi, e condizioni di sopravvivenza.
E in quell’intervallo, tra il 7 e l’8, ho innestato le mie inutili illusioni.
Tra il 2 e il 3 ho cullato le mie speranze residue.
Età media. Vita media. Dolore medio.
La dismisura, in questo mondo, non ha un luogo.
E i nostri vincoli sono così stringenti, che ogni sforzo d’amore mi sembra adesso patetico.
Mi piego, mi spezzo, al potere di un vaso sanguigno che si è addensato e poi esploso, per esondare come un mare rosso nel tuo cuore.
Dove è adesso il tuo respiro?
Nel corso di un fiume che inesorabilmente scende. Cade.
Precipita, e scompare.
So bene, del mondo che tutt’intorno si dibatte. Spera e dispera.
E che nell’elenco consueto di cosa si può o non si può soffrire, la morte di un cane non fa parte, per i più, della casistica.
So che è prudente dosare il dolore, averne pudore, tenerlo silente e non mostrane, se non di rado, il lato osceno, incontenibile.
So che la specie a cui appartengo usa domare prima di tutto l’anima, riuscendoci per bene, e che subito dopo lo fa con la natura stessa, spesso con esiti altrettanto fatali.
E che domani tornerò all’ovile, all’elenco delle cose che si fanno oppure no. E tutt’al più tacerò il mio lutto, lo ricaccerò in gola.
Ma oggi. Adesso.
Tu eri mio.
Nato per me.
Scelto tra tanti, accudito sin dai primi mesi.
E ogni giorno in più che passava ero io, ad esserti fedele, ancora più di quanto non lo fossi tu con me.
Oggi sono sette giorni dalla tua morte.
Ancora qualche ora e ci siamo.
Ti amavo oltre ogni buon senso, ed è ancora così, ogni minuto.
Perdere te, adesso, è come perdere tutto.

E niente mai più sarà lo stesso.